L’economista Arfaras: ripresa lentissima, ci aspettano tempi grigi (videointervista su BergamoSera.com)
Diario di bordo, Varie Nessun commento »Fonte: http://www.bergamosera.com
Fonte: http://www.bergamosera.com
Che cosa si può dire di un racconto che ti strappa alle tue ore per oltre 500 pagine e ti avvince, ti delude e poi ti avvince di nuovo, trascinandoti prima nel fango e poi nel sangue con lo strumento sottile di una scrittura che ti porta dove vuole? Quando mi bevo un libro mi capita sempre più spesso di trangugiare tutto per dovere, come il bambino immaginario della proverbiale minestra. Non è il caso di “Venuto al mondo“, l’ultimo romanzo di Margaret Mazzantini. Qui si viene presi a strattoni e trascinati con tutta la violenza che serve nello schifo della brutalità umana, ma è un percorso parabolico alla rovescia che spicca dalle guglie dell’innamoramento, scende in picchiata nell’orrore di una guerra fratricida per trovare poi un suo equilibrio, una certa forma di stabilità orizzontale nel senso di consapevolezza che segue ogni esperienza abissale, ammesso di saperla guardare con lo sguardo di un destino che è dentro le cose, un destino che di per sé non è né buono né cattivo, perché è il senso stesso delle cose destinate a finire e, quindi, in un certo senso ne incarna la bellezza. Questo racconto avvincente, mai banale e in un certo senso antisublime è anche in parte un romanzo storico, una storia d’amore così improbabile da sembrare vera schiaffata dentro la cronaca di un evento storico – l’assedio di Sarajevo – così agghiacciante da sembrare inventato. È un racconto che vi saprà sorprendere, senza l’artificio dei colpi di scena bensì con il lento accompagnamento verso la verità che non ti aspetti, ma alla quale l’autrice ti ha amorevolmente preparato sin dalle prime pagine. Assolutamente da non perdere!
Vi segnalo questo breve omaggio a Martin Arnold realizzato da Marco Chiodi in occasione del Lago Film Fest, il festival internazionale di cortometraggi, documentari e sceneggiature che si è svolto a Revine Lago (TV) dal 23 al 31 luglio 2010.
Da oltre un mese è online la nuova versione di Montagna.TV, il più importante portale italiano dedicato all’alpinismo internazionale. Ho aspettato che tutto fosse perfettamente testato prima di annunciarlo a chi tiene d’occhio qui le nostre realizzazioni. Nuove feature verranno introdotte nelle prossime settimane, tutta roba orientata al social networking e al web 2.0 in generale. Leggi il resto »
Presi dalle consuete mille incombenze e con gli attributi stretti nella morsa di un caldo che non lascia tregua, siamo riusciti in una delle tante imprese che rimandiamo da troppo tempo: ridisegnare il logo della nostra attività principale. Epurato da forme, colori e ammennicoli stilistici dettati due anni fa più dalla fretta che dal pensiero, il risultato finale è quello che segue, fateci l’abitudine!

Un ringraziamento speciale a Claudio Cominelli che si è fatto carico del lavoro di ripulitura del marchio e che ha pazientemente accettato le mie richieste, che definire minimalistiche è ben poca cosa.
Questa meravigliosa animazione a passo-uno è stata realizzata qualche annetto fa da Claudio Cominelli, io l’ho scoperta solo oggi, vi consiglio di prendetevi qualche minuto per guardarla perché merita davvero! A mio modesto parere è un piccolo capolavoro! La base musicale è una scelta obbligata, un imperativo categorico, direi.
Sono poco più che a tre quarti di questo sorprendente racconto e voglio registrare qui le mie impressioni. Mi piace. A volte riesce addirittura ad entusiasmarmi. Per prima cosa mi entusiasma l’idea. Mi sorprende che ci sia ancora qualcuno capace di produrre dal nulla – o dal tutto – un’idea che prima non c’era. Non importa fino a che punto nuova. Importa che sia un’idea chiara e coerente. Potrei sprecare ore di sonno nello sproloquio che di solito si dedica all’ozioso scopo di individuare la natura di un’idea o la tesi che determina – rimanendone sempre sullo sfondo – la natura, l’origine e la meta di un testo letterario ben riuscito. Ma ho smesso da un pezzo di impegnarmi in giostre cerebrali di questo tipo. Preferisco dire che questo racconto è attraversato da una tesi – non vi rivelo quale per non guastarvi il gusto – e che l’autore non fa nulla per dissimulare l’esistenza di un intento preciso, senza però cadere nella banalità del romanzo a chiave. Il ruolo dei due protagonisti è chiaro sin dal titolo, non serve nemmeno spingersi fino al terzo o quarto capitolo per avere una spiegazione fin troppo esplicita della metafora matematica dei numeri primi. Tutto è chiaro già dalle prime frasi del primo e del secondo capitolo, ognuno dedicato alla formulazione dei due personaggi, che sono poi due contrapposte incarnazioni della tesi del racconto. L’idea sta tutta nel dialogo tra due parti apparentemente inconciliabili ma perfettamente simmetriche. Due stati d’animo che non riescono mai a coincidere e nemmeno a contrastarsi, dal momento che sono fatti della stessa materia e condividono la medesima natura. Non posso spiegarmi meglio. Leggete questo racconto che è di una semplicità e di una lucentezza rare, leggetelo e capirete quello che a quest’ora di notte non riesco a dire. A volte mi ricorda un fumetto d’autore: dialoghi, personaggi e scenari sono essenziali ma estremamente freschi e assolutamente realistici. Il linguaggio è preciso, sintetico e sempre in buona sintonia con il contenuto. Un gran bel racconto. A mio parere.
Oggi vi scrivo dalla mia nuova postazione di lavoro. Sono al terzo piano di un palazzo in una zona non meglio identificata della città di Brescia. Come i salmoni, alla fine ho risalito a ritroso il flusso carsico della mia linea esistenziale e sono ritornato alle origini. Questa in fondo è la città da cui provengo. Qui è ancora tutto sottosopra, ma abbiamo quello che ci serve per lavorare, per lavorare bene, alle rifiniture penseremo più in là. C’è un bel cielo oggi qui a Brescia, spero tenga per il resto della settimana. Bene, ora torno alle mie cose. Dopo tutto, ora sono un mezzo bresciano, non posso mica restarmene con le mani in mano… Solo una cosa, la foto qui accanto l’ho presa sul web, mica è roba mia. Arrivederci!
Lo scrivo qui a titolo di promemoria per la prossima volta che dovesse succedermi… Questa mattina ho messo a disposizione di un collega un nuovo accesso FTP ad uno dei miei server Debian, su cui gira da sempre un ProFTPD molto ben performante.
Il collega mi ha segnalato gravi problemi di lentezza e ripetuti timeout sulla connessione FTP, fenomeno che in oltre un anno di produzione quel server non aveva mai evidenziato: decine di clienti accedono regolarmente via FTP alle DocumentRoot dei proprio VirtualHost godendo della piena disponibilità di banda e spazio disco.
Dopo avere verificato che il problema riguardava solo l’accesso FTP al mio server e dopo esserci assicurati che la sua connessione non avesse problemi sulla porta 21, dalle nebbie della mia scarsa memoria è riemersa come per magia la questione del reverse lookup! Disabilitarlo in ProFTPD ha infatti risolto completamente il problema… è stato sufficiente accodare al file /etc/proftpd/proftpd.conf le due direttive che seguono:
UseReverseDNS off
IdentLookups off
Riavviato ProFTPD il problema è tornato nel nulla da cui era provenuto
Non vengo da queste parti da mesi. Ho pensato più di una volta che sarebbe ormai il caso di mettere una bella pagina segnaposto invece di questi post, perché non c’è niente di peggio di un blog che non viene aggiornato almeno quotidianamente. Eppure di novità e di cose di cui parlare ce ne sarebbero davvero tante, talmente tante che non mi resta poi nemmeno un minuto per scrivere due righe in quello che nell’intenzione avrebbe dovuto essere il mio blog professionale/personale. Poi però io alle cose mi ci affeziono e di buttarle non se ne parla mai. Ci penso. Ci provo. Ma poi rimando. Rimando, rimando, rimando…
Prima di prendere sonno leggo le pagine di un romanzo che vorrei segnalare. Ci tengo davvero, perché certe informazioni meritano di essere diffuse quanto più possibile, non c’è alcun gusto nel conservarle, vanno condivise. Si tratta del romanzo “Non conosco il tuo nome” scritto da Joshua Ferris e promosso massicciamente attraverso tutti media italici da almeno due settimane. Ragazzi, si tratta di una delle più clamorose boiate che io abbia mai avuto la sventura di leggere! Una sequenza ininterrotta di scenette improbabili, noiose e fondamentalmente fanciullesche annegate in un rosario di dettagli insignificanti e buttati a casaccio. Siamo a livelli inenarrabili! I personaggi sono annoiatissimi e noiosissimi esponenti della middle class americana nelle cui bocche sono state infilate a fatica conversazioni frammentarie e innaturali, sequenze di spot da trailer cinematografico riuscito male e descrizioni forzate di dettagli privi di alcuna attinenza con il momento psicologico della narrazione. Io spero si tratti almeno di una cattiva traduzione, anche se è l’intera storia ad essere improbabile e – peggio – assolutamente insignificante. Mi è rimasta indelebilmente impressa la descrizione di una strada del Bronx in cui le cartacce rotolano qua e là sospinte dal vento ed un veicolo per la pulizia delle strade passa saltellando ed emettendo scintille sull’asfalto irregolare. Ma che cagata immane! Questa scena la si vede tale e quale in qualsiasi pessimo filmetto americano degli anni ottanta… Non lo so, è insopportabile ma lo devo finire. Voglio capire fino a che punto si possa spingere. Certo è uno di quei prodotti estremamente poveri che vengono consumati da un pubblico scarsamente dotato per il solo gusto di conoscerne il finale. Il potere catartico dell’agnizione… Si ritorna a leggere più volte nella vita un classico perché un classico è estetica pura che ha preso forma in una sequenza narrativa. Si leggono e rileggono i maestri per il gusto di farlo, di tornare più e più volte su di una sola frase. Non per sapere se, alla fine, Raskol’nikov finirà in galera o riuscirà a farla franca. Basta. Vado a letto. Mi somministro ancora qualche decina di pagine, prima di dormire. E vediamo come diavolo va a finire…